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Battaglie campali:

Generalmente, nelle battaglie campali i vichinghi dividevano le loro forze in tre gruppi, vale a dire il centro e le due ali (o fianchi). Un capo poteva spesso disporre di alcuni guerrieri il cui unico compito fosse quello di difendere e non di attaccare: era infatti considerato un grande onore essere scelti per questo incarico, e fallire nella protezione del capo era un grandissimo disonore. Vicino al comandante vi era il portatore di stendardo, generalmente un uomo di grande forza e straordinariamente coraggioso sul quale si sarebbero concentrati gli attacchi dei nemici.

L'inizio della battaglia veniva annunciato dal suono di corni e altri strumenti a fiato, oltre che da segnalazioni fatte col fuoco; prima che lo scontro avesse inizio, il capo poteva tenere un breve discorso di incoraggiamento, era tuttavia più radicato l'uso del grido di guerra, ad ogni modo questa fase “discorsiva” prendeva posto dopo le salve di frecce e di dardi che si scambiavano i due schieramenti, in quanto serviva a motivare i guerrieri per lo scontro corpo a corpo. Non esistendo uniformi, era fondamentale l'araldica dipinta sugli scudi, perchè permetteva di distinguere gli amici dai nemici.

Quando le due linee giungevano a contatto accadeva spesso che i guerrieri della prima fila morissero stritolati fra gli scudi degli avversari davanti e quelli dei loro compagni dietro, rimpiazzati i primi caduti, si iniziava a fare pressione sul muro nemico, cercando di aprire una breccia nelle sue difese: i primi colpi che si scambiavano erano quindi al di sotto dello scudo, usando armi piccole come accette e daghe, si mirava a ferire le cosce dell'avversario, mentre dalle seconde file i guerrieri con armi a due mani puntavano a imbrigliare gli scudi nemici e a tirarli dentro la propria formazione dove sarebbero stati uccidi dagli uomini equipaggiati in modo leggero.

Nel momento in cui si apriva una breccia, la battaglia perdeva la maggior parte della strategia e si trasformava in una serie di scontri individuali di cui era molto difficile comprendere l'esito.

A fine combattimento i caduti e i feriti venivano raccolti e avevano inizio i rituali di sepoltura e la somministrazione delle cure, poi si procedeva con la spartizione del bottino.

Composizione degli eserciti:

L'unità principale degli eserciti vichinghi era la fanteria: non possiamo parlare di fanteria leggera nè pesante, dato che l'equipaggiamento dei guerrieri era estremamente eterogeneo, e la protezione era affidata quasi unicamente ad elmo e scudo, poichè la cotta di maglia era una corazza troppo costosa per poter essere alla portata di tutti i combattenti.

Benchè l'impiego della cavalleria fosse pressoché inesistente, si ha menzione di un reparto di cavalieri presso gli svedesi, dove il territorio pianeggiante poteva favorire l'impiego di simili truppe: ad ogni modo questo è l'unico caso noto, la cavalleria si svilupperà ufficialmente in Danimarca nel corso del XII secolo, e nei suoi ranghi serviranno unicamente le classi sociali elevate. I cavalieri svedesi di cui abbiamo parlato prima non erano certo paragonabili a quelli normanni che combatterono ad Hastings nel 1066: non si tratta infatti di un corpo organizzato, addestrato a seguire formazioni ed equipaggiato in modo standardizzato, bensì di semplici guerrieri la cui funzione era quella di sfruttare la velocità del cavallo per raggiungere la formazione alleata cui avrebbero dato manforte una volta smontati di sella.

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L'immagine mostra l'efficacia del muro di scudi in caso di attacco a distanza: era infatti facile disporre le protezioni a formare la "testuggine".

Truppe a distanza erano poco impiegate sul campo di battaglia, in quanto l'utilizzo dello scudo era estremamente diffuso negli eserciti vichinghi, rendendo così marginale l'impiego di arcieri. Va inoltre precisato che le frequenti precipitazioni e la grande umidità riducevano notevolmente la portata di queste armi. D'altra parte era più massiccia la presenza di armi da lancio come accette e giavellotti, le quali erano sufficientemente pesanti da indebolire notevolmente o addirittura attraversare la difesa data dallo scudo.

Strategie di combattimento:

I vichinghi utilizzavano diverse strategie di combattimento. Una di queste prevedeva di illudere il nemico di disporre più soldati di quanti ne avessero realmente, illusione che creavano accennando manovre di aggiramento. Gli eserciti vichinghi disponevano di un'elevata mobilità, per cui eccellevano in attacchi improvvisi, e spesso si dimostravano capaci di modificare il territorio su cui combattevano mediante la costruzione di dighe e di piccole fortificazioni da campo. Nella battaglia di Dyle (891), l'esercito dei Franchi dovette scendere di sella e combattere a piedi poiché, in poco tempo, i guerrieri vichinghi avevano eretto una fortificazione in pali di legno che avrebbe bloccato la cavalleria.

Per quanto riguarda le formazioni, nella Historia Danorum di Saxo Grammaticus e nelle saghe islandesi, se ne trovano menzionate due: hamalt fylkja e svìnfylkja.

La prima (hamalt fylkja) equivale al muro di scudi sassone, il quale consiste nel mantenere i ranghi serrati e gli scudi in contatto gli uni con gli altri, a formare una linea di protezione davanti ai guerrieri. Era sicuramente la formazione più impiegata dai vichinghi, e lo scontro si risolveva in un continuo spingere contro lo scudo nemico di modo da riuscire ad aprire una breccia nello schieramento avversario. Saxo Grammaticus descrive con grande interesse questo modo di combattere, poiché è simile a quello presentato nel VII libro dell'Eneide.

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Le immagini mostrano due diversi modi di impostare il muro di scudi: il primo è quello "difensivo", utilizzato per difendere una postazione o per avanzare compatti verso il nemico, come si può notare gli scudi sono incastrati fra quelli dei compagni, in modo da forzare il guerriero a restare allineato. L'impostazione offensiva mostrata nella seconda figura riguarda invece la carica: quando si doveva correre incontro all'avversario o caricarne la formazione, era necessario disincagliare lo scudo e metterlo unicamente a protezione del guerriero.

La seconda (svìnfylkja) si traduce con “grugno di cinghiale”, e secondo le leggende era stata insegnata agli uomini dal dio Odino. I guerrieri si schieravano formando un cuneo, dove i soldati equipaggiati in modo pesante occupavano le postazioni esterne, mentre schermagliatori e feriti ne prendevano il centro. Questa formazione viene già descritta in epoca romana da Ammiano Marcellino e presentata col nome di “caput porci” nel 358 quando fu utilizzata dai romani in una campagna contro i Sarmati, Vegezio dichiara invece che questa formazione fu portata dai soldati germanici che entrarono a far parte dell'esercito romano, presso il quale prese il nome di “cuneo”.

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L'immagine mostra lo scontro fra due eserciti, quallo a sinistra è schierato a muro di scudi (hamalt fylkja), mentre quello a destra a cuneo (svìnfylkja).

Battaglie navali:


Quando avevano inizio delle battaglie navali, i vichinghi cercavano di renderle il più possibile simili a battaglie campali, questi scontri si componevano di tre fasi.

Per prima cosa, il timoniere di ogni nave cercava di trovare una baia riparata dove si potesse virare per ottenere una posizione favorevole per quanto riguarda la vicinanza a navi alleate, di modo da non essere soverchiato dagli equipaggi nemici: le battaglie, contrariamente a quello che si crede, non avvenivano in mare aperto, bensì in fiordi o in zone riparate dalle isole, dove il mare era più tranquillo e non rischiava di rovesciare le imbarcazioni. Durante la fase di manovra, gli uomini dell'equipaggio erano impegnati ai remi, lo scambi di salve di dardi avveniva quando le imbarcazioni erano ormai già in posizione e ci si preparava all'allestimento del campo di battaglia: in questa fase si ammainavano le vele e si cercava di legare fra loro le navi per mantenerle affiancate, creando una sorta di isola galleggiante: in questo modo le ciurme potevano scontrarsi frontalmente col nemico. Questo scambio di salve di dardi era limitato alle navi che potremmo definire “le prime file”, cioè quelle che sarebbero state poi direttamente a contatto con i bastimenti nemici. Una volta che uno schieramento ingaggiava l'altro, aveva inizio la mischia vera e propria che generalmente si concentrava a prua, mentre gli uomini nelle retrovie scoccavano dardi sui nemici, per assottigliarne i ranghi.

Il combattimento corpo a corpo sui ponti delle navi determinava il vincitore: quando una nave veniva conquistata, si tagliava via la fune che la legava alle altre, e lasciata alla deriva così da poter procedere con l'abbordaggio della nave seguente.

Le imbarcazioni minori sciamavano attorno alla battaglia, cercando di uccidere i guerrieri che cercavano di mettersi in salvo saltando giù dalle navi.

Generalmente la vittoria avveniva quando cedeva la resistenza su una nave o le perdite rendevano impossibile abbordare altre navi. In questo modo di combattere via mare le flotte rinunciavano alla loro manovrabilità e l'unico modo per ritirarsi o inseguire era quello di tagliare le funi che collegavano le varie imbarcazioni.

Una nave da guerra era comunque un oggetto di valore, non solo dal punto di vista del prestigio e del costo di realizzazione, ma soprattutto per i tempi di costruzione, per questi su cercava sempre di conquistare la nave (e tutto ciò che conteneva) e di ridurre al minimo i danni: si può dire che lo scopo non era quello di attaccare la nave, ma di attaccarne l'equipaggio.

Battaglie famose:

Niså

Nel 1062, lungo la costa svedese, fu combattuta la battaglia di Niså fra la flotta di Harald Hardrada (allora re di Norvegia) e il re di Danimarca, Sweyn Estridsson.

Le fonti discordano sul numero di effettivi per entrambe le parti: secondo Saxo Grammaticus lo schieramento norvegese era più numeroso di quello danese, mentre nella Heimskringla, Snorri Sturlson dice che i norvegesi disponevano della metà delle navi dei danesi.

Sorvolando i dettagli numerici, un punto interessante di questa battaglia è dato dall'organizzazione dell'equipaggio: i sovrani prestano molta attenzione ad assegnare i vari lati dello schieramento, segno evidente che la strategia più diffusa fosse il colpire sui fianchi la linea nemica.

Il secondo in comando di Hardrada, Haakon Ivarsson , però, stravolge quella che era la prassi delle battaglie navali: infatti, dato che nessuno dei due eserciti riusciva a prevalere sull'altro, fa sganciare alcune navi dal ponte di barche, e le sposta sul fianco scoperto dello schieramento danese, cogliendoli di sorpresa e annientandone le difese.

Helgeå:

Questa battaglia navale fu combattuta nel 1026 all'estuario del fiume Helgeå, in Svezia, fra le forze anglo-danesi di Canuto e quelle dell'alleanza fra norvegesi e svedesi guidate da Olaf II e Anund Jacobsson.

La particolarità di questo scontro sono insite nel suo svolgimento, e mettono in luce una particolare versatilità della strategia: quando Olaf II e Anund Jacobsson si accorgomo che le navi danesi erano più grandi e pesanti delle loro (e quindi più capienti) rinunciano all'idea del tradizionale ponte di barche e li attirano nel fiume Helgeå, dove fanno costruire una diga con tronchi d'albero e torba. Una volta che la flotta danese è giunta in prossimità della diga, questa viene distrutta, e i soldati di Canuto vengono investiti da un violento getto d'acqua che rovescia alcune navi, ne danneggia altre, ma non riesce a isolare le varie imbarcazioni che resistono al seguente attacco da parte degli equipaggi norvegesi e danesi.

Battaglia di Svolder:

Nello stretto che divide la Scania dallo Sjaelland, nel 999, fu combattuta questa battaglia fra le forze di Olaf Tryggvason e quelle di Eirik Hakonarson alleate con Svein Forkbeard, re di Danimarca e con il re di Svezia.

La flotta di Olaf contava poche navi rispetto quella avversaria, eppure vi erano imbarcazioni più grandi, una delle quali viene scambiata per l'ammiraglia dai marinai danesi, i quali vengono dissuasi dall'abbordarla dai norvegesi che combattevano per Eirik Hakonarson.

La strategia militare è la stessa che abbiamo visto fino ad ora: le navi vengono legate fra loro per costruire il campo di battaglia su cui si scontra la fanteria, ma le saghe che descrivono questo scontro forniscono qualche dettaglio in più in merito alla strategia difensiva adottata da Olaf.

Il re di Norvegia, infatti, in evidente inferiorità numerica, posiziona la sua ammiraglia al centro dello schieramento: questa imbarcazione era molto più lunga delle altre e aveva le fiancate più alte, rendendola una sorta di fortezza galleggiante, essa viene riempita di arcieri, in modo tale che nel caso in cui l'assalto alle navi nemiche fosse andato male, i guerrieri si sarebbero potuti trincerare sull'ammiraglia. I soldati norvegesi, riescono a resistere a lungo qui trincerati, respingendo gli attacchi nemici uno dopo l'altro, ma Eirik Hakonarson sposta le proprie imbarcazioni dietro la linea di Olaf, privandolo così delle riserve che teneva nelle navi dietro l'ammiraglia, la quale cade quando viene attaccata da entrambi i fronti.

Bibliografia:

Note di H. E. Davidson a Historia Danorum, di Saxo Grammaticus

M. Sprague, Norse Warfare: the unconventional battle strategies of the ancient Vikings

https://sites.google.com/site/chasingwilma/home/vikings

http://www.hurstwic.org/history/articles/manufacturing/text/norse_ships.htm

Wikipedia.eng (per la descrizione delle battaglie navali)

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